Intervista

Il pezzo è apparso su Weekly Comic Bunch nn. 4 e 5 del gennaio 2008
Testi di Mako Okayama
Foto di UME
(e per ringraziare i nostri autori italiani della paninicomics) Traduttozione e Adattamento Claudia Baglini e Mattia Dal Corno

Il mangaka Tsukasa Hojo sa affascinare i lettori.
Dal suo debutto sono trascorsi ventisette anni, durante i quali ha portato avanti il proprio lavoro con grande vigore; e del manga che il maestro sta attualmente pubblicando su Comic Bunch, ANGEL HEART, sono state stampate oltre un milione e quattrocentomila copie. “Se riposo troppo a lungo, mi passa la voglia di lavorare” dice Hojo ridendo; ma il suo sguardo esprime tutto l’amore del maestro per i manga.
Ed ecco a voi l’intervista ufficiale fatta da Comic Bunch in  onore di questo fantastico mangaka!

Nei ventisette anni intercorsi dal suo debutto, Hojo ha continuato a sfornare un successo dopo l’altro:  Cat’s Eye [in Italia,  Occhi di Gatto], CityHunter e adesso ANGEL HEART. La caratteristica dei suoi racconti è il fatto che, pur trattandosi fondamentalmente di storie hard boiled, non rinunciano a una punta di ironia e lasciano sempre una sensazione di calore nel cuore dei lettori.
Anche se l’ambientazione cambia di opera in opera, si ha l’impressione che i manga di Hojo siano percorsi da un’unica tematica: l’amore, per dirla con una parola forse un po’ abusata.

“I miei manga non trattano un tema particolare: mi limito a disegnare ciò che mi va, di volta in volta, nella speranza che piaccia anche ai lettori. In fondo il manga è proprio questo, no? Ecco perché non trovo giusto che mi si dia dell’artista. In realtà non mi considero neanche un mangaka, quanto piuttosto un artigiano dei manga.”
Gli occhi di Hojo sorridono dietro gli occhiali da sole, tradendo la sua innata socievolezza.

Nato nel Kyushu, si dice che da piccolo fosse un giocherellone.
“Amavo i manga, ma giocare all’aperto e guardare la TV mi piaceva ugualmente, se non di più.  Facevo continuamente scherzi alla gente; ero davvero un monello.”
Pare che già allora amasse disegnare.  Lui non ricorda niente, ma la madre gli ha raccontato che quando era piccolo spesso cercava di disegnare la propria mano riflessa nello specchio.
“Ai miei tempi non era come adesso, che i bambini hanno tutto.  Allora bisognava accontentarsi e giocare con quello che si aveva a disposizione.  Se si aveva una matita, si disegnava, se si aveva dell’argilla, si impastava e via così. Ricordo che da piccolo amavo molto costruire le cose.”

Hojo ha realizzato il suo primo manga quando frequentava la prima elementare.  “Per vantarmi dissi agli amici che avevo un manga bellissimo. Loro mi chiesero di mostrarglielo e a quel punto fui costretto a disegnarlo io stesso. Ah ah!”
Alle medie, Hojo fece amicizia con un ragazzo che ambiva a diventare un fumettista e che disegnava dei manga veri e propri, nella speranza di aggiudicarsi il premio Tezuka. Hojo ne rimase colpito. “Il mio amico sapeva usare la penna come un professionista, per cui cominciai a imitarlo. Quindi alle scuole superiori realizzai dei manga insieme ad altri cinque amici, che avevano la passione del disegno. Dopodiché, nel tentativo di aggiudicarmi dei premi, cominciai a collaborare con varie riviste del settore.”
Quando finiva i soldi, Hojo disegnava un nuovo manga e lo offriva a una rivista. Non erano mai le stesse riviste a chiedergli delle nuove storie.

Mi dissero tra l’altro che non ero adatto a disegnare shojo manga [ride].” In effetti, se è vero che Hojo non ha la struttura dell’autore di shojo, il suo stile non era neanche compatibile con quello degli shonen manga pubblicati fino a quel momento. Pur contenendo degli elementi drammatici, lo stile di Hojo è infatti molto elegante e raffinato.

“Se il mio stile non assomiglia a quello di nessun altro, forse lo si deve al fatto che non ho mai avuto dei modelli veri e propri. Mi limitavo a fare mio tutto ciò che mi sembrava interessante.”
Mentre si dedicava ai manga, all’epoca Hojo partecipava anche alla produzione di film e cartoni animati. Gli altri segni distintivi del suo stile oltre al tratto grafico, ossia il particolare fascino dei personaggi e lo sviluppo dinamico delle vignette, riflettono le esperienze che l’autore ha vissuto in quegli anni.
Nel 1979, quando ancora frequentava l’università, si iscrisse al premio Tezuka, indetto dalla casa editrice Shueisha. “Un amico mi disse che voleva portare un suo manga al premio Tezuka. Dal momento che la somma assegnata al vincitore era di diversi milioni di yen, pensai subito: ‘Mi iscrivo anch’io!’ [ride]
La partecipazione al concorso Tezuka gli permise di fare un incontro che avrebbe cambiato il suo destino. Hojo conobbe un nuovo redattore di Shueisha, assunto dalla casa editrice appena un anno prima, che sarebbe poi diventato l’editor responsabile del settimanale ShonenJump: Nobuhiko Morie (attualmente vicedirettore della Coamix). “Ricordo che ero a letto col raffreddore quando ricevetti una sua cartolina. Cera scritto: ‘Creiamo insieme dei manga esplosivi!’. Accettai la sua offerta, forse perché ero stordito dalla febbre…”
Quel giorno iniziò per Hojo una fase di stretta collaborazione con Horie. Dopo il debutto dell’ autore su ShonenJump, l’anno seguente ebbe inizio la serializzazione di Cat’s Eye.
La storia delle tre sorelle dalla forte personalità conquistò subito le simpatie dei lettori. Ripensandoci adesso, uno shonen manga incentrato su personaggi femminili è alquanto singolare…
In genere, negli shonen le esponenti del gentil sesso offrono all’eroe il pretesto per entrare in azione, oppure guariscono le sue ferite prima che egli si lanci nell’impresa successiva. Nelle opere di Hojo, invece, a partire da Cat’s Eye, le donne appaiono sempre indipendenti, capaci di agire secondo il proprio giudizio. “Non mi è mai piaciuta l’idea di disegnare dei personaggi femminili che si limitassero a fare da supporto a quelli maschili, né ho mai amato le tipiche figure di donne che appaiono negli shonen, sempre così stereotipate! Anche perché nella realtà non esistono delle donne di questo tipo, che si pongono unicamente al servizio degli uomini [ride].”
Anche se i suoi manga sono opere di fantasia, per Hojo è importante che risultino verosimili. Questo suo continuo sforzo in direzione del realismo gli ha conquistato il sostegno di lettori e lettrici adulti.
“Comunque i manga sono un prodotto di intrattenimento, quindi non credo che debbano rispecchiare la realtà più di tanto. Quello che mi preme è che siano divertenti da leggere e semplici da capire.”
Quanto a facilità di comprensione, in realtà le storie di Hojo ingannano di frequente il lettore, anche se in senso buono. Le sue trame hanno spesso sviluppi imprevisti e i colpi di scena si sprecano in ogni numero… “Davvero? Se mi dice così, mi viene da pensare: ‘Evviva! Ce l’ho fatta!'”.
Mentre Hojo pronuncia queste parole, sulla sua bocca aleggia l’ombra di un sorriso birichino. Probabilmente quello stesso sorriso che aveva da bambino, quando era un monello dispettoso.
Quando gli chiedo: “Qual è l’aspetto più difficile del suo lavoro?”, Hojo mi risponde con una smorfia: “Tutti quanti!”.
E mi viene da pensare che lo spirito di questo autore, che da ventisette anni produce senza sosta nuove opere, sia lo stesso dell’ Hojo bambino, che si divertiva a giocare con tutto ciò che gli capitava a tiro.
“Ci sono ancora molte storie che voglio disegnare.” conclude Hojo con gli occhi luccicanti.
Non vediamo l’ra di vedere nuove storie da questo fantastico autore ^^

2 Commenti

2 Risposte

  1. theo78  •  marzo 20, 2010 @20:22

    a me pare che abbia una vaga somiglianza con city hunter…..

  2. Bas85  •  marzo 24, 2010 @13:24

    in che senso?

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